Acta n.I – 1993
Gaetano De Leo
Professore associato di Psicologia Giuridica – Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
La giustizia penale minorile è un ambito di intervento che ha ormai una lunga “tradizione” per le competenze psicologiche.
Già dalla fine degli anni Cinquanta, psicologi con formazione clinica hanno iniziato a svolgere consulenze sistematiche nei contesti rieducativi e penali per gli adolescenti dai 14 ai 18 anni. Per molto tempo questi professionisti, pur essendo aumentati di numero e pur essendo posti molti problemi in termini di obiettivi e di metodologie, non hanno sviluppato un modello clinico complessivo e specifico rispetto all’ambito di intervento. Nei primi anni Settanta M. W. Battacchi (1969; 1978) proponeva per il lavoro psicologico un modello di tipo medico che consentisse a questa figura di rimanere al riparo dalle strutturali contraddizioni del contesto giudiziario. In seguito sono prevalsi orientamenti di ricerca clinici focalizzati su alcune questioni nodali come il problema dell’imputabilità minorile e del trattamento psicologico (De Leo 1981) in un contesto a controllo esplicito e rafforzato. In tutta questa fase era ben chiara la consapevolezza dell’importanza del contesto giudiziario in relazione all’intervento dello psicologo, ma questa consapevolezza non si era sufficientemente tradotta in quella che potremmo chiamare una preoccupazione metodologica mirata.
Dei tentativi più sistematici in tal senso sono stati effettuati solo alla fine degli anni Ottanta e in questi primi anni Novanta attraverso la ricerca esplicita di un possibile modello clinico funzionalmente compatibile ed efficace nel contesto giudiziario (De Leo 1989; De Leo & Patrizi 1990).
In questo articolo cercherò di indicare in modo sintetico i passaggi che ritengo più rilevanti evidenziati
da questa ricerca.
L’analisi della domanda nei contesti giudiziari
Nella prospettiva dell’analisi della domanda (Carli, 1993) è utile anzitutto considerare che tipo di collocazione hanno gli psicologi nel penale minorile, i contesti principali in cui essi operano, le caratteristiche strutturali e funzionali della giustizia penale minorile. Solo l’analisi di queste cornici può consentirci di inquadrare clinicamente anche l’incontro tra lo psicologo e l’adolescente problematico che entra nella giustizia penale.
Gli psicologi sono attualmente presenti negli istituti penali minorili (IPM), nei centri di prima accoglienza (CPA), nel servizio sociale distrettuale della giustizia (SSM). In tutti questi contesti lo psicologo svolge una attività clinico-consulenziale, facendo costantemente riferimento alla dimensione dell’équipe interprofessionale. Il mandato istituzionale per questa équipe è quello di svolgere attività di accertamento e valutazione sulla personalità del minore e progettazione di interventi di trattamento risocializzativo. Il referente necessario di queste attività è costituito dal
Tribunale per i minorenni nelle sue articolazioni (Procura, giudici): sono questi giudici che utilizzano gli accertamenti e i progetti dell’équipe per “inserirli” nelle decisioni giudiziarie che definiscono il percorso del minore nel sistema della giustizia e producono l’invio all’esterno verso i servizi territoriali. Le decisioni giudiziarie rappresentano quindi il canale strutturale entro cui anche il lavoro clinico e operativo viene elaborato.
Le domande esplicite e implicite che la decisione giudiziaria contiene fanno riferimento sia all’esigenza di garantire e tutelare il minore che entra in contatto con la giustizia, sia all’esigenza di tutela della sicurezza e del controllo sociale. Quello che nel contesto giudiziario si sostanzia, è di proteggere il minore contro gli eventuali danni derivanti dal contatto con il sistema rischio della giustizia, ma anche di attivare iniziative di responsabilizzazione del soggetto e di recupero delle risorse sia psicologiche, che ambientali e esterne non può evitare di rassicurare la società che ha in merito alla cessazione del “pericolo” che i comportamenti delinquenziali del giovane rappresentano.
Si tratta, come è evidente, di funzioni assai complesse che strutturalmente interagiscono con l’attività dell’équipe e con il lavoro clinico in ambito penale. Queste funzioni sono quindi fortemente presenti nel momento in cui lo psicologo incontra l’adolescente che, a sua volta, è portatore non necessariamente di una specifica domanda di aiuto o di terapia, ma proprio di esigenze complementari o simmetriche rispetto a quelle giudiziarie, poiché le sue intenzionalità e i suoi scopi sono essenzialmente legati alla sua condizione e ai suoi problemi giudiziari.
Considerando questi aspetti, un primo problema per l’équipe e per gli psicologi è di tradurre quelle domande, quelle funzioni giudiziarie in criteri e parametri operativi e clinici, nel senso di svolgere una sorta di lavoro di concettualizzazione e ricontestualizzazione per elaborare sul piano professionale quelle esigenze di tutela, responsabilizzazione, trattamento e controllo sociale, assicurando all’intervento operativo sia la necessaria autonomia tecnica che l’inevitabile coerenza funzionale rispetto alle domande istituzionali. Ritengo che ciò richieda agli psicologi clinici che intendono impegnarsi in questi contesti un importante investimento in termini di lavoro teorico preliminare e di ricerca di una teoria e della tecnica con caratteristiche peculiari e mirate al contesto.
