Dal «Caso Tarasoff», un problema etico-giuridico ancora aperto
ActA n.3/1994
Pietro Stampa
Psicologo clinico libero professionista, Roma
- 1. Quali sono i criteri di scelta attraverso cui un professionista può responsabilmente decidere se, quando, in quale contesto ed entro quali limiti venir meno alla fiducia del proprio cliente, rivelando ad estranei informazioni apprese (e proprie valutazioni maturate) all’interno della relazione con lui?
Il problema si pose con particolare forza nel campo della psicologia clinica all’epoca del celebre «Caso Tarasoff», che sconvolse la comunità studentesca dell’Università di Berkeley in California proprio all’epoca della grande contestazione del 1968-69. Si tratta di un caso etico prima ancora che giudiziario: benché, e proprio perché — come vedremo — vi fu un omicidio che si sarebbe potuto evitare solo se qualcuno si fosse preso la responsabilità di tradire le confidenze dell’assassino, rese nel corso di un intervento clinico.
La storia, che ho già raccontato altrove (Stampa, 1990), e che per altro è molto ben conosciuta dai nostri colleghi americani, è la seguente.
Prosenjit Poddar era un giovane indiano, trasferitosi a Berkeley per studiare architettura navale. Si era rivolto al Servizio di Students’ Health Facility (il consultorio dell’ospedale universitario) ed era stato inizialmente valutato da uno psichiatra; questi lo aveva inviato a uno psicologo con l’indicazione di un trattamento psicoterapico. Sembra che i sintomi denunciati dal paziente consistessero, al momento della presa in carico, in uno stato di intensa sofferenza psichica provocato da idee ossessionanti di gelosia: e null’altro.
Lo psicologo, però, ben presto si era persuaso che Poddar fosse socialmente pericoloso: aveva infatti raccontato delle proprie fantasie erotico-persecutorie nei confronti di una studentessa, Tatiana Tarasoff, e della propria intenzione di acquistare un fucile per ucciderla.
Sembra che fra Poddar e la Tarasoff non vi fosse alcun legame sentimentale: il giovane era invaghito della ragazza, le telefonava, la seguiva, trascorreva lunghe ore ad attenderla fuori dalle aule dell’università — e soprattutto si tormentava immaginandola in compagnia di altri uomini.
Sembra che la Tarasoff cercasse di liberarsi della presenza molesta di Poddar, ma non sapesse bene cosa fare, e si limitasse a rivolgergli perentori inviti a togliersi di torno, che lui, ovviamente, ignorava. E la cosa andava avanti così da un po’ di tempo. L’ipotesi avanzata da A.A. Stone (1984: p. 161), che si è approfonditamente occupato del Caso Tarasoff, è che Poddar soffrisse di un disturbo delirante paranoide a contenuto erotomaniaco e/o di gelosia (nella classificazione del DSM-III), o di una Sindrome di Clérambault (nella classificazione francese delle psicosi deliranti croniche). Questa seconda scelta diagnostica, a mio avviso, consente — certo, col senno di poi — di meglio comprendere l’evoluzione del comportamento di Poddar, da una fase di «speranza», a una fase di «dispetto», alla fase finale di «rancore»:
Così — scrivono Ey, Bernard e Brisset (1978 [1979: p. 533]) — l’erotomania delirante si sviluppa in un sistema, per così dire, fatale e comporta, nella fase del rancore, reazioni aggressive nei confronti dell’Oggetto, che raggiungono il «dramma passionale» della rottura e della vendetta.
Vedremo tra un istante perché non vi sia agli atti del Caso Tarasoff una documentazione esauriente sulle valutazioni diagnostiche originali effettuate dal Servizio che lo ebbe in osservazione e, per un breve periodo, in cura psicoterapica. Sappiamo però che lo psicologo diagnosticò una reazione schizofrenico-paranoide acuta e grave.
Era estate, e sia la vittima predestinata che il direttore del consultorio erano in vacanza. Lo psicologo si era consultato con i colleghi del Servizio, e aveva deciso di informare la polizia del campus, suggerendo che il paziente venisse affidato per ulteriori accertamenti a un Servizio psichiatrico di Stato, così come prevedeva all’epoca la Carta dei Diritti Civili della California.
La polizia convocò Poddar, lo interrogò, e si convinse che non era affatto pericoloso come aveva sostenuto lo psicologo: dietro promessa di non molestare più la Tarasoff, Poddar venne lasciato libero.
Di ritorno dalle vacanze, il direttore del Servizio di Students’ Health Facility parlò del paziente con lo psicologo e con i colleghi che erano informati della vicenda, e con la polizia. Si convinse a sua volta della non pericolosità di Poddar; in nome del segreto professionale, si fece rendere dalla polizia l’esposto dello psicologo, e ordinò che venisse distrutto insieme a tutti gli altri documenti che avrebbero potuto nuocere alla privacy e al buon nome del paziente.
Comprensibilmente, Poddar si guardò bene dal farsi nuovamente visitare dallo psicologo.
Tatiana Tarasoff era ancora in Brasile per le vacanze. A Berkeley si trovava suo fratello, che conosceva Poddar ma non essendo stato avvertito di nulla, non ne sospettava la pericolosità.
Erano trascorsi due mesi dalla convocazione di Poddar presso la polizia del campus. Tatiana Tarasoff era appena rientrata a Berkeley, quando una sera Poddar si appostò nei pressi della sua abitazione, e la uccise brutalmente prima sparandole con un fucile e poi finendola a coltellate.
- 2. La famiglia Tarasoff intentò un procedimento di accusa contro le autorità accademiche, contro gli psichiatri e gli psicologi del Servizio di Students’ Health Facility e contro la polizia.
In primo e in secondo grado questi imputati furono tutti assolti per non aver commesso alcun reato.
La famiglia Tarasoff si rivolse allora alla Corte Suprema della California per un ulteriore intervento (paragonabile a un giudizio di Cassazione nel nostro ordinamento), sostenendo che quanto meno gli psicologi e gli psichiatri e la polizia avrebbero avuto il dovere di informare la vittima perché potesse prendere le sue precauzioni, e di disporre il ricovero cautelativo di Poddar.
