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Il lavoro clinico nella giustizia penale minorile

Articolo scritto da Gaetano De Leo

 

La giustizia penale minorile è un ambito di intervento che ha ormai una lunga “tradizione” per le competenze psicologiche. Già dalla fine degli anni Cinquanta, psicologi con formazione clinica hanno iniziato a svolgere consulenze sistematiche nei contesti rieducativi e penali per gli adolescenti dai 14 ai 18 anni. Per molto tempo questi professionisti, pur essendo aumentati di numero e pur essendosi posti molti problemi in termini di obiettivi e di metodologie, non hanno sviluppato un modello clinico complessivo e specifico rispetto all’ambito di intervento. Nei primi anni Settanta M.W. Battacchi (1969; 1978) proponeva per il lavoro psicologico un modello di tipo medico che consentisse a questa figura di rimanere al riparo dalle strutturali contraddizioni del contesto giudiziario. In seguito sono prevalsi orientamenti di ricerca clinici focalizzati su alcune questioni nodali come il problema dell’imputabilità minorile e del trattamento psicologico (De Leo 1981) in un contesto a controllo esplicito e rafforzato. In tutta questa fase era ben chiara la consapevolezza dell’ importanza del contesto giudiziario in relazione all’intervento dello psicologo, ma questa consapevolezza non si era sufficientemente tradotta in quella che potremmo chiamare una preoccupazione metodologica mirata. Dei tentativi più sistematici in tal senso sono stati effettuati solo alla fine degli anni Ottanta e in questi primi anni Novanta attraverso la ricerca esplicita di un possibile modello clinico funzionalmente compatibile ed efficace nel contesto giudiziario (De Leo 1989; De Leo & Patrizi 1990).

In questo articolo cercherò di indicare in modo sintetico i passaggi che ritengo più rilevanti evidenziati da questa ricerca.

 

L’analisi della domanda nei contesti giudiziari

Nella prospettiva dell’analisi della domanda (Carli, 1993) è utile anzitutto considerare che tipo di collocazione hanno gli psicologi nel penale minorile, i contesti principali in cui essi operano, le caratteristiche strutturali e funzionali della giustizia penale minorile. Solo l’analisi di queste cornici può consentirci di inquadrare clinicamente anche l’incontro tra lo psicologo e l’adolescente problematico che entra nella giustizia penale.

Gli psicologi sono attualmente presenti negli istituti penali minorili (IPM), nei centri di prima accoglienza (CPA), nel servizio sociale distrettuale della giustizia (SSM). In tutti questi contesti lo psicologo svolge una attività clinico-consulenziale, facendo costantemente riferimento alla dimensione dell’équipe interprofessionale. Il mandato istituzionale per questa equipe è quello di svolgere attività di accertamento e valutazione sulla personalità del minore e progettazione di interventi di trattamento risocializzativo. Il referente necessario di queste attività è costituito dal Tribunale per i minorenni nelle sue articolazioni (Procura, giudici): sono questi giudici che utilizzano gli accertamenti e i progetti dell’equipe per “inserirli” nelle decisioni giudiziarie che definiscono il percorso del minore nel sistema della giustizia e producono l’invio all’esterno verso i servizi territoriali. Le decisioni giudiziarie rappresentano quindi il canale strutturale entro cui anche il lavoro clinico e operativo viene elaborato. Le domande esplicite e implicite che la decisione giudiziaria contiene fanno riferimento sia all’esigenza di garantire e tutelare il minore che entra in contatto con la giustizia, sia all’esigenza di tutelare e garantire la società da un punto di vista della sicurezza e del controllo sociale. Quello che il contesto giudiziario ricerca, in sostanza, è di proteggere il minore contro gli eventuali danni derivanti dal contatto con il sistema rigido della giustizia, ma anche di attivare iniziative di responsabilizzazione del soggetto e di recupero delle risorse sia psicologiche che ambientali, mentre non può evitare di rassicurare la società esterna in merito alla cessazione del “pericolo” che i comportamenti delinquenziali del giovane rappresentano. Si tratta, come è evidente, di funzioni assai complesse che strutturalmente interagiscono con l’attività dell’equipe e con il lavoro clinico in ambito penale. Queste funzioni sono quindi fortemente presenti nel momento

in cui lo psicologo incontra l’adolescente che, a sua volta, è portatore non necessariamente di una specifica domanda di aiuto o di terapia, ma proprio di esigenze complementari o simmetriche rispetto a quelle giudiziarie, poiché le sue intenzionalità e i suoi scopi sono essenzialmente legati alla sua condizione e ai suoi problemi giudiziari.

 

In questa prospettiva, ho trovato di grande utilità configurare l’intervento operativo clinico in termini di sistema comunicativo (Curti Gialdino & Mazzei 1989) Con ciò intendo riferirmi al modello teorico dell’approccio sistemico-comunica- zionale, che consente di vedere l’intervento come un processo che attiva e costruisce comunicazioni elaborando domande e azioni di soggetti diversi. Lo psicologo è un attore specifico all’interno di questo processo, e ha il problema di attivare, mantenere e cambiare connessioni e comunicazioni fra altri attori quali i giudici, i ragazzi e le loro famiglie, gli altri operatori dell’équipe, gli operatori esterni al sistema della giustizia. Le competenze cliniche qui maggiormente funzionali sembrano essere, non solo l’esplorazione clinica del caso (peraltro

mirata agli obiettivi contestuali), ma anche, e spesso prevalentemente: a) la capacità di lavorare in equipe interprofessio- nali, b) la capacità di trasmettere messaggi scientificamente consistenti e contestualmente efficaci ai giudici, all’istituzione e all’esterno, c) la capacità di svolgere le diffìcili funzioni di coordinamento mirato sia all’interno del contesto giudiziario con gli altri attori sia all’esterno, d) la capacità nei confronti del ragazzo di valorizzare la fase giudiziaria non solo in funzione conoscitiva, ma anche nella funzione del cambiamento, con il prevalente obiettivo di produrre invii che diano i risultati ricercati.

 

 

Dagli obbiettivi alle metodologie alle tecniche

 

Come è evidente queste competenze sembrano definire uno psicologo caratterizzato come organizzatore e stratega della comunicazione, che produce conoscenza, coordina gruppi e funzioni istituzionali, lavora sulle relazioni interpersonali, interruolo, interservizi, per ricercare effetti di cambiamento sia per il ragazzo sia per le istituzioni coinvolte.

Dal punto di vista dei metodi e delle tecniche tali competenze richiedono non solo modalità di analisi della personalità del minore, della sua famiglia, dei suoi contesti, ma anche metodi per cogliere i processi comunicativi, istituzionali, gruppali e relazionali. Nella mia esperienza ho trovato utile affrontare questa complessità attraverso costrutti che riescano a collocarsi nei “luoghi” interattivi e organizzativi piuttosto che nelle focaliz- zazioni intrapsichiche o duali. In particolare per quanto riguarda la conoscenza del ragazzo e dei processi devianti il costrutto di analisi dell’azione comunicativa si è rivelato molto fertile (De Leo, Patrizi, 1992; De Leo, Mazzei, 1989); dove per azione comunicativa intendiamo lo spazio interattivo, situazionale, dove i soggetti attori della devianza producono i loro comportamenti ricercando effetti sia di ordine strumentale sia di ordine espressivo. Per gli adolescenti questa prospettiva di analisi clinica consente di cogliere come l’azione deviante produce funzioni e rinvii all’organizzazione delle identità soggettive e dei legami relazionali più rilevanti, oltre a farci conoscere le modalità attraverso cui i soggetti stessi elaborano le regole di controllo sociale e interpersonale e la ricerca di opportunità di cambiamento. In questo modo l’azione deviante diventa anche, immediatamente, rivelatrice delle domande implicite e/o esplicite che il ragazzo fa all’autorità della giustizia e ai ruoli adulti con cui interagisce.

D’altra parte lo stesso modello di analisi dell’azione comunicativa può essere utilizzato per leggere le azioni degli operatori (incluso lo psicologo) nel sistema giustizia. Anche in questo caso le azioni saranno viste come spazi interattivi fra operatori e fra operatori e ragazzo, entro cui cogliere comunicazioni con effetti strumentali ed espressivi, allo scopo soprattutto di orientare l’intervento a far avvicinare la dimensione degli obiettivi espliciti alla dimensione degli effetti reali che si producono.

Questo modello di intervento, qui appena tratteggiato, pur essendo l’espressione della scelta dell’autore (e non potendo avere dunque alcuna valenza prescrittiva) evidenzia che il lavoro psicologico clinico nell’ambito della giustizia penale minorile, non può neppure essere immaginato entro un setting astratto da quei contesti, con caratteristiche solo individuali o familiari, ma deve necessariamente porsi in questa visione articolata, qualunque approccio adotti; il che ribadisce ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’esigenza di percorsi formativi clinici orientati su almeno quei livelli di competenze cliniche che sono state più sopra menzionate.

 

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