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Per la critica della cultura

Il narcisismo, o la religione dei nostri tempi

By Luglio 6, 2026Luglio 23rd, 2026No Comments12 min read

Riflessioni a partire dal volume Nello smartphone di Narciso.
Identità, pensiero e narcisismo nell’epoca del web

P. Stampa

a cura di Angelo Pennella (Milano-Udine, Mimesis, 2022)

Ci sono molte buone ragioni per leggere questo libro.

Non proverò a elencarle tutte – non è questo lo scopo di una recensione –, ma cercherò di dare un’idea della problematica di cui tratta. O meglio, della problematica psicologica e antropologico-culturale con cui oggi tutti siamo confrontati, e che il libro, con gli strumenti intellettuali che offre, aiuterà a comprendere meglio

In un suo delizioso (e inspiegabilmente poco visto) film di qualche anno fa, Scoop, Woody Allen ci regala una delle sue battute più geniali: «Sono nato di religione ebraica, ma poi con la crescita mi sono convertito al narcisismo».

Il narcisismo… La religione del nostro tempo, per prendere a prestito il titolo d’una raccolta poetica di Pier Paolo Pasolini, che a sua volta prendeva a prestito il titolo d’un sonetto del Belli. La religione del suo tempo (il sonetto è del 1835), per Giuseppe Gioachino Belli era la degenerazione della fede in culto vuoto, esteriore; quella del suo, per Pasolini, che scrive nel 1961, era l’ideologia del consumismo nascente, che cominciava a insidiare le istanze rivoluzionarie del movimento operaio – i giovani operai sedotti dalla prospettiva del “salto di classe”, di una vita borghese agiata – al tempo stesso insidiando l’autenticità ingenua e pulita del sentimento religioso che lui, Pasolini, aveva conosciuto da giovane, fra i contadini della campagna friulana.

Il consumismo era la religione nascente, e mi sentirei di dire che il narcisismo sociale dei nostri anni presenti, un po’ più di mezzo secolo dopo, ne è la derivazione diretta.

Cerco di spiegarmi.

A una religione si aderisce senza pensare, semplicemente perché ci si trova a nascere in un certo luogo e in un certo tempo. Qualcuno (pochissimi) riflette ex post sul significato di questa adesione, e la riflessione lo porta a un’adesione più forte e più consapevole, o al distacco. Agostino di Ippona (che ce ne dàuna testimonianza in chiave proto-esistenzialista nelle sue meravigliose Confessioni), Dante Alighieri, Teresa d’Avila, Ignazio di Loyola sono un esempio del primo caso; Epicuro, Lucrezio, Giordano Bruno, o Montaigne, o Voltaire, del secondo. Ma le persone, per lo più, da sempre aderiscono ai miti su cui si fonda la religione, ne seguono i precetti, partecipano ai riti in modo acritico, non pensato, per abitudine e per conformismo inconsapevole. La fede religiosa è una condizione spontanea non sindacabile della vita mentale; l’adesione al culto, invece, è per lo più un modo di essere entro un contesto dato, è adesione a un’identità di gruppo e di comunità, piuttosto che un sistema di pensiero teorico-pratico (quindi anche etico) assimilato attraverso la riflessione.

Rimando qui al precedente libro curato da Angelo Pennella, Storie di ordinaria dissociazione. Non-pensiero e trauma tra storia, arte e psicoanalisi (Milano-Roma, Franco Angeli, 2019). Il non-pensiero è quel modo di funzionare, individuale e collettivo, in cui quel che sembra pensato – cioè frutto di una valutazione, di un progetto, di una “stima della rotta” – è invece agìto in un cortocircùito tra il desiderio e l’impulso. Il non-pensiero, non sembri una ovvietà, consiste esattamente nell’assenza di pensiero, e quindi di consapevolezza: a questa si sostituisce il luogo comune, lo stereotipo, la formula precostituita, la frase fatta, il gesto. Chi non pensa non si rende conto di non pensare, e usa la parola vuota, il linguaggio desemantizzato, il significante puro deprivato del rapporto con il significato, in luogo del pensare, convinto invece di pensare.

Scriveva lì Angelo Pennella nel suo saggio introduttivo (pp.15-16):

Pensare significa situare sé stessi nel tempo e nello spazio ma anche e specialmente rispetto alle emozioni che connotano la nostra relazione con il contesto. Il pensare può quindi essere inteso come la capacità di impastare, in misure sempre variabili, ragione e sentimenti. Significa sentire e comprendere sé stessi e chi abbiamo di fronte […] sostenendo, contemporaneamente, l’estraneità dell’altro. Sì, perché riconoscere l’estraneo in quanto tale crea inevitabilmente una “assenza” di familiarità che obbliga a esplorare la distanza tra ciò che si conosce e ciò che si ignora. Se a questo perturbante iato si è in grado di rispondere con curiosità e desiderio di conoscenza, si aprono le porte al pensiero e a relazioni in cui l’altro non è un mero oggetto su cui esercitare la propria difensiva fantasia di possesso bensì un soggetto con cui avviare una relazione di scambio.

Riferimento, quest’ultimo, che è anche un esplicito richiamo della teorizzazione di Renzo Carli e Rosa M. Paniccia, i caposcuola della psicologia clinica romana.

Apparirà ora chiaro cosa ha a che il non-pensiero con il narcisismo. Si tratta di una faccia diversa dello stesso prisma, lo stesso fenomeno guardato da un’altra angolazione.

A questo modo ormai dominante di funzionare della società telematizzata – soprattutto nell’uso dei social network, ma anche nella ricerca e nella fruizione dell’informazione online – si aderisce, abbiamo detto, per puro automatismo, irrazionalmente, come seguissimo la pratica di un culto religioso. È dunque come una religione diffusa, solo apparentemente acefala, ma in realtà non priva di una leadership istituita, che ne determina le direzioni e dall’ombra, complice la sapienza degli algoritmi, ne guida i gusti estetici, gli orientamenti valoriali, le scelte politiche.

Sappiamo bene e da tempo che la struttura dell’offerta nel web – la struttura, non i contenuti – dipende largamente dalle motivazioni e dalle strategie delle multinazionali che mettono su area i servizi, che non da quelle dei fruitori di questi servizi. L’uso che i fruitori fanno di FaceBook, Twitter, Instagram, TikTok, Tinder etc. è regolato a monte dalla logica con cui questi sistemi sono stati concepiti e realizzati, logica che porta con sé modelli organizzativi condizionanti in modo pervasivo e potente la motivazione individuale e collettiva all’utilizzo.
In definitiva, questa logica spinge potentemente verso assetti espressivi e di comunicazione concepiti in partenza come narcisistico-esibizionisti: documentare e postare i momenti più irrilevanti della propria vita, stimolare il voyeurismo dei follower, discettare di temi sui quali non si ha alcuna competenza, diffondere fake news, polemizzare sul nulla, scambiarsi complimenti futili e insulti gratuiti.

Certo che dei social si può fare un uso misurato e intelligente, come di qualsiasi cosa. Ma se si mettono sul mercato automobili “per tutti” che possono arrivare a 200 km/ora, molti — i più— tenderanno spesso e facilmente a non rispettare limiti di velocità sensibilmente inferiori: quanti di loro hanno davvero padronanza di un’automobile lanciata molto oltre quei limiti? Se si vuole eradicare il fumo di sigaretta, si devono togliere dal mercato le sigarette, non basta stampigliare frasi terroristiche sui pacchetti, frasi di cui i fumatori ridono, e che coprono, all’occorrenza, comprando custodie dai disegni e colori allegri e rasserenanti.

Se c’è spazio illimitato – la rete lo è – per svalorizzare l’evidenza e la gravità di un’epidemia, molti finiranno (attenzione: senza pensarlo veramente, senza produrre a riguardo un pensiero in senso proprio), per considerarla un’esagerazione e trascurare le necessarie precauzioni, alcuni si leveranno a protestare contro inesistenti complotti, altri attiveranno difese di negazione, ipomaniacali, controfobiche. Spesso rivendicando in piena epidemia dilagante il diritto al loisir, al riempimento gaudente del tempo libero. E così abbiamo anche scoperto quanto pesi sul PIL, nell’epoca della nuova normalità narcisistica, l’industria del divertimento futile: abbastanza da insidiare la ragion di Stato.

Lasciate spazio alla comunicazione falsamente libera, in realtà compulsiva, e vi ritroverete un narcisista patologico, ai limiti della psicosi o forse già oltre, Presidente della prima potenza economica e militare mondiale. Benché in calo di popolarità, ha ancora dalla sua un americano su tre: circa 100 milioni di follower, persone che lo apprezzano e si identificano con lui. In piccolo, era già successo anche da noi, complice il sistema delle televisioni private, la pubblicità, i talk- e i reality-show. Sembra cento anni fa, ma erano i pròdromi — ben più tranquilli — della situazione attuale.

Nell’èra del web, persuadere gli altri della propria opinione e ottenere like e condivisioni del proprio non-pensiero, sembra ormai essere più importante, più desiderato e più ricercato che cercare una corretta informazione, perseguire l’obiettivo di costruire – e aiutare gli altri a costruirsi –, un’interpretazione congruente della realtà, una verità almeno tendenzialmente oggettivabile.

Insomma, il web favorisce lo sviluppo e la diffusione di assetti narcisistici: l’inconsistenza dell’altro, non più interlocutore dotato di vita propria come nella conversazione in presenza, o nello scambio epistolare, ma destinatario-contenitore di un’informazione egotistica, ne è il marcatore simbolico più eclatante. Siamo obbligati a convenire con la folgorante formula di Lacan, «l’Altro èuno-in-meno».

Come scrivevano già quindici anni fa due interessanti sociologi inglesi, Elliott e Lemert, nel loro libro Il nuovo individualismo. I costi emozionali della globalizzazione (Torino, Einaudi, 2007; pp. 28-29]:

Quanto più definiamo la nostra vita in termini di consumi, tanto più quest’immenso mercato delle possibilità indebolisce le condizioni oggettive in cui le persone sperimentano i loro bisogni e desideri, per non parlare della capacità di stabilire dei rapporti reciproci significativi dal punto di vista emotivo. Il sogno di libertà del consumatore può trasformarsi fin troppo rapidamente nel suo opposto, quando la soddisfazione narcisistica («sono quello che compro») si trasforma in un grido di amara disperazione («tutto ciò è talmente vacuo e insensato»).

Una parola però sulla leadership del web. Invisibile, o meglio non percepita per propria abilità di nascondimento, funziona come una colonia di batteri o di virus, sincronizzata in modo meccanico, che avanza imperterrita pur senza preordinate strategie di condivisione: ed è significativo che ci sia toccato di affrontare un virus così caparbio e aggressivo come il CoViD -19, dopo che per così lungo tempo avevamo considerato come un obiettivo desiderabile riuscire a diffondere i nostri messaggi in rete in modo che diventassero “virali”. Dunque il modello ci era chiarissimo: e allora ci tocca ammettere che l’epidemia di CoViD-19 è stata il prodotto della nostra ybris, dell’immensità della nostra incoscienza.

Perché appunto prima di quella, una epidemia di narcisismo dilagava già da anni, silenziosamente ma senza tregua e senza pietà: e non era forse così disdicevole o scandalosa la proposta, nel 2011, di espungere il disturbo narcisistico di personalità dal catalogo dei disturbi di personalità del DSM-5: proposta di una parte del Comitato Scientifico, poi respinta per il sollevamento internazionale della comunità professionale degli psichiatri e degli psicologi. Non era, a mio avviso, così peregrina, questa proposta, perché veniva dalla considerazione di senso comune che ormai da molto tempo sono divenuti correnti, diffusi e socialmente tollerati o integrati atteggiamenti e comportamenti caratterizzati da ignoramento o falsificazione della relazione con l’altro, arroganza, egocentrismo, mancanza di empatia, individualismo esasperato, continua richiesta di centralità e di conferme e rassicurazioni, cadute depressive di fronte a micro-fallimenti di questo assetto mentale.

E ho parlato – virgolettando – del narcisismo come di una “religione” del nostro tempo perché la diffusa adesione a questi modelli psicologici, arriva ormai a definirne una normalità statistica (la normalità in statistica non è un punto, è una curva): al culmine della gaussiana, verrebbe da dire, troviamo che assetti narcisistici di personalità sono quelli che si presentano socialmente con la frequenza più alta rispetto a qualunque altra: agli estremi troviamo le condotte improntate a cortesia, riservatezza, altruismo, understatement, e quelle, al polo opposto, francamente antisociali, da quelle “semplicemente” sociofobiche o evitanti (ormai anche da noi una crescente diffusione del modello giapponese hikikomori), fino a quelle sociopatiche e aggressive.

Nel qualificare il narcisismo, in pochi anni — forse venti, forse meno — siamo passati dalla patologia mentale alla cifra esistenziale, dalla psichiatria all’antropologia culturale. Dalla malattia a nuovi, improbabili modelli di salute mentale.

Il libro curato da Angelo Pennella raccoglie questa Erlebnis, questo vissuto individuale e plurale, questo momento vivente della falsa coscienza collettiva, e lo declina interrogandosi sui destini della ragione nell’epoca del web, del sovraccarico di informazione cha fa premio sul senso dell’informazione e spesso lo sovrasta e lo annulla. Esplora, disseziona, spiega questo momento vivente collettivo di falsa coscienza, lo problematizza oltre i limiti della compiacenza e della convenzione che lo caratterizzano nel discorso dei media e anche, se me la passate, nel discorso di tanta, dilagante, psicologia consolatoria e stolidamente ottimista.