Osservazioni di uno psicologo clinico su un costrutto
filosofico-morale
di Pietro Stampa
Per due anni e mezzo la scuola di Shammai e la scuola di Hillel furono discordi su questo punto: quest’ultima sosteneva che sarebbe stato meglio se l’uomo non fosse mai stato creato, mentre la prima sosteneva che è meglio che sia stato creato. Si fece la votazione e la maggioranza decise che sarebbe stato meglio se non fosse mai stato creato: ma poiché è stato creato, è bene che l’uomo rifletta sulle proprie azioni (passate). Secondo un’altra versione: rifletta sulle proprie azioni (presenti).
(Talmud, Mishnah, ord. Moèd, tratt. Eruvin, 13b)
Chiunque versa il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà versato.
(Genesi, IX, 6)
La Shoah conta sei milioni di morti, circa un terzo della comunità ebraica mondiale coeva. Dovessimo leggere tutti i loro nomi al ritmo di una ventina al minuto senza mai fermarci, impiegheremmo 7-8 mesi.
Una premessa non indispensabile
Nel novembre dello scorso anno, Angelo Pennella – organizzatore della Giornata di Studio intitolata (con esplicito riferimento a Bromberg, 2001) “È tutta colpa del gorilla. Mentalizzazione e processi dissociativi nella vita quotidiana e nella pratica clinica” – mi propose di intervenire sulle implicazioni epistemologiche ed etiche del tema, tenendo come sfondo il processo di Gerusalemme e la sinistra figura di Adolf Eichmann. La mia prima reazione fu di resistenza: per togliermi dall’imbarazzo, lì per lì mi feci venire in mente un possibile approccio rispondente ai miei interessi di studio attuali, che riguardano altro; sicché la cosa, giustamente, non lo convinse in quanto palesemente incongruente. Me lo fece capire con grande delicatezza e garbo – doti che tutti noi amici e colleghi gli conosciamo – e restammo sul vago.
Per una circostanza che un analista junghiano definirebbe (così immagino) come “sincronicità”, pochi giorni prima avevo interrotto la lettura del libro “Il processo Eichmann” di Deborah Lipstadt (2011). In genere le letture extra-professionali le riservo alla sera, prima di addormentarmi; questa però, dato l’argomento, aveva avuto su di me l’effetto opposto: mi teneva sveglio, sollevando angosce della mia infanzia mai del tutto sopite. S’era riattivato, dopo più di mezzo secolo, un mio sepolto unheimlich. Qualche giorno dopo avere parlato con Angelo ripresi la lettura, di giorno, e mi misi a collazionare citazioni e appunti e a preparare l’intervento, con un inconsueto anticipo per me che mi riduco a scrivere sempre all’ultimo minuto come ai tempi di scuola con i compiti delle vacanze. Una versione più asciutta della presente è quella che ho poi presentato alla Giornata di Studio, nel febbraio successivo.
Ma ora, per farmi comprendere, devo dedicare qualche pagina a una self-disclosure (che il lettore, se preferisce, può risparmiarsi, andando direttamente al paragrafo successivo).
Io vengo da una famiglia che è sfuggita alla Shoah per un paio di combinazioni semi-casuali. Mio nonno Marco Di Castro, con mia nonna, mia mamma e i miei due zii venne arrestato nell’aprile del 1944, a seguito di una delazione. Poiché non vivevano nel quartiere ebraico ed erano estranei alla vita della comunità, l’arresto venne effettuato in modo autonomo dalla polizia austriaca (le SS e la Gestapo venivano impiegate per le retate), che li trattò umanamente; questa fu anche la loro salvezza, perché grazie all’intervento di un intermediario che subito si mobilitò – mio nonno era un ex ufficiale mutilato e pluridecorato della prima guerra mondiale, e questo gli aveva già consentito alcune dispense dalle vessazioni previste dalle leggi razziste del 1938 (cfr. De Felice, 1981, vol. V, p. 492 e p. 498) –, dietro pagamento di una grossa somma di denaro vennero rilasciati dopo poche ore invece che essere consegnati alle SS per la deportazione. Giocò, credo, a loro favore la confusione di quei giorni nei ranghi tedeschi, dovuta all’avvicinarsi della Va Armata alleata dal sud del Lazio.
Senza questo intervento, molto probabilmente oggi non sarei qui a raccontare la storia, perché mia madre all’età di 16 anni sarebbe morta ad Auschwitz, o in qualche altro Lager dei 40.000 creati dai nazisti nella Germania stessa e nell’Europa occupata.
