Acta n.I – 1993
Marisa Malagoli Togliatti
Professore straordinario di Teoria e Tecniche delle Dinamiche di Gruppo – Facoltà di Psicologia, Univ. di Roma “La Sapienza”
Maria Rita Consegnati
Dipartimento di Psicologia – Università di Roma “La Sapienza”
Cultura giuridica e cultura psicologica tendono sempre più alla valorizzazione dell’infanzia ovvero a sottolineare che un minore è un essere competente nella valutazione del proprio interesse, nella manifestazione dei suoi bisogni e nella gestione delle sue relazioni affettive e quindi va “ascoltato” secondo le modalità tecnicamente più adeguate in ogni provvedimento che lo riguardi (Dell’Antonio 1990).
Così, in ambito giuridico negli ultimi venti anni, attraverso la riforma del diritto di famiglia e le leggi ad essa collegate, il bambino è stato sempre più definito come soggetto di diritto anziché oggetto di tutela.
L’attenzione si è quindi gradualmente spostata focalizzandosi sui bisogni specifici e sui diritti del minore. Si parla perciò dell’“interesse del minore” e non dell’“interesse degli adulti” senza però porre in antitesi tali diritti in quanto nel caso dei soggetti in età evolutiva si può, ben a ragione, parlare di “diritti relazionali”, ovvero dei diritti (e dei doveri) che ciascun essere sociale ha come persona fin dalla nascita in relazione ai diritti e doveri degli altri. Quindi al diritto di ogni bambino di essere allevato nell’ambito della sua famiglia di origine corrisponde il diritto del genitore di essere in grado o di dover essere messo in grado di assolvere ai suoi doveri fondamentali nei riguardi dei figli.
Garantire perciò i diritti dei minori in quanto figli significa garantire, promuovere, sostenere, affiancare la funzione genitoriale e quindi mettere in atto, gli interventi necessari per superare le cause (interne ed esterne) che rendono disfunzionale una famiglia. Riguardo ai minori è emerso con sempre maggiore forza che le possibilità di sviluppo sono fortemente legate al tipo di famiglia in cui egli vive, alle trasformazioni che in essa avvengono, alle modalità di funzionamento familiare, alle dinamiche relazionali al suo interno e al tipo di rapporto con i sistemi sociali di riferimento.
Le possibilità evolutive o involutive della famiglia dipendono dalla quantità e dalla qualità di risorse possedute così come dalla forza dei vincoli e dei condizionamenti, interni o esterni, a cui la famiglia può essere sottoposta, ovvero dalle abilità, competenze e opportunità che la famiglia può utilizzare per organizzarsi in modo attivo nel corso della sua esistenza.
In questa prospettiva c’è chi parla di famiglie a rischio per sottolineare le famiglie che vivono una condizione di squilibrio (Donati 1989) tra risorse e vincoli per cui si trovano a dover fronteggiare gli eventi della vita senza poter contare su una gamma di risorse sufficientemente ampia e ricca.
Seguendo tale visione la famiglia è indicata per le sue funzioni di “modulatore di rischio” ovvero come agenzia che può prevenire e controllare, ma anche mediare o incrementare i rischi di un ambiente sociale avvertito come sempre più rischioso, nel quale le spinte alla frammentazione sono molto forti e perciò mettono a “prova” il buon funzionamento familiare.
L’alta variabilità dell’ambiente e le richieste, spesso contraddittorie a cui la famiglia deve rispondere richiedono, in definitiva, una flessibilità e un grado di tolleranza alle situazioni di transizione e di cambiamento molto forti.
Nell’individuare configurazioni familiari all’interno delle quali possono insorgere problemi di cui il sistema giudiziario debba occuparsi abbiamo innanzitutto le famiglie che sono “messe alla prova” in quanto, in presenza di problemi particolari o di difficoltà eccezionali, non riescono a fronteggiare adeguatamente le richieste interne e/o esterne.
Così le strutture familiari in cui è presente un membro in grave difficoltà (figlio handicappato, genitore con patologia fisica o psichica) o in cui accadono eventi improvvisi di tipo traumatico (morte, guerra, disoccupazione, emigrazione) possono diventare incompetenti nell’affrontare i compiti di sviluppo propri del sistema familiare ed entrare in contatto con le reti informali di sostegno o con i servizi sociosanitari che diventano spesso, più o meno consapevolmente, parte integrante delle dinamiche familiari.
Se la letteratura riguardante l’intervento con le famiglie multiproblematiche o con patologia di uno dei suoi membri è ormai molto ampia dobbiamo ricordare che, in genere, tale intervento è oggetto degli operatori pubblici o privati del servizio sociosanitario (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, assistenti sociali) e non riguarda il sistema giudiziario che entra in contatto con le famiglie qualora sia rilevato, da parte di uno degli operatori suddetti o da altri operatori sociali, uno stato di trascuratezza, di abbandono, di maltrattamento o comunque di inidoneità nel compiere le funzioni di allevamento del minore proprie dell’Istituto Familiare.
Entrano in contatto con le agenzie giuridiche e i servizi sociosanitari anche quelle famiglie che “si mettono alla prova” scegliendo di modificare la loro composizione attraverso l’affido, l’adozione o attraverso la separazione coniugale.
Parleremo quindi di tutela dei minori in relazione agli interventi sulla famiglia riferendoci a quelle situazioni familiari in cui contemporaneamente intervengono il sistema giudiziario e il sistema sociosanitario secondo procedure che richiedono l’integrazione del sapere giuridico e di quello psicologico per gestire l’interesse del minore.
