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Malattie croniche

Le malattie croniche, quelle per cui non è possibile perseguire la guarigione, sono molte e molto diverse tra loro. Vien da pensare alle malattie oncologiche, le malattie degenerative del sistema nervoso, quelle dell’invecchiamento (Alzheimer e demenza senile), alle disabilità psicofisiche.

Ogni ambito citato è un mondo a sé stante molto diverso dagli altri.

Possiamo tuttavia rintracciare un aspetto comune, trasversale: la cronicità di alcune malattie impone di confrontarci con l’impotenza.

Facciamo degli esempi pratici:

Un uomo di 50 anni, R., vive con i suoi anziani genitori in un condominio di un popoloso quartiere di Roma.

Da mesi la condotta di R. preoccupa genitori e condomini: lo si sente spesso urlare, ascoltare la televisione a volume molto alto, gli insetti esotici che alleva sul balcone invadono gli appartamenti dei terrorizzati vicini di casa. Sembra inutile qualsiasi tentativo di far ragionare l’uomo, e per questo viene contattato un servizio che fa capo all’ASL del territorio di appartenenza. Uno psicologo e uno psichiatra si recano a casa del 50enne, e molto lentamente riescono a stabilire un rapporto. L’uomo inizia per la prima volta in vita sua un percorso terapeutico consistente in colloqui periodici e una terapia farmacologica.

Viene emessa una diagnosi: schizofrenia paranoidea.

Una diagnosi che non prevede la possibilità di guarigione. Cosa succede però nel corso del tempo? Il servizio riferisce che genitori e condomini sapendo dell’inizio di una cura si sentono più sereni, meno soli. Si è ridimensionato l’allarme attorno a R., chi lo circonda sembra meno spaventato dalle sue bizzarrie. A sua volta R. avendo un ambiente meno teso attorno a lui sembra avere una condotta meno dirompente.

Una donna di 65 anni, scopre di avere un tumore che gli esami clinici eseguiti portano a definire inguaribile e aggressivo.

Inizia una chemioterapia che da un lato rallenta l’avanzare  del cancro, dall’altro comporta una serie di disagi e difficoltà che vanno a sommarsi a problemi di varia natura che nell’insieme minano il rapporto con i medici: dice sempre più spesso di essere stanca, di non farcela più, che non ha senso proseguire la terapia.  Col passare del tempo va logorandosi anche il rapporto con famigliari, amici e conoscenti. Questi ultimi dicono che sia diventata irascibile, intrattabile, scontrosa. Sono terrorizzati dal fatto che possa lasciarsi andare.

Le consigliano di andare da uno psicologo, ma lei rifiuta.

La situazione è dolorosa ed esplosiva al tempo stesso, chi le sta accanto si sente impotente. La figlia (che chiameremo D.) in particolar modo è allo stremo e decide di rivolgersi a uno psicologo.  Gli chiede come convincere la madre a lasciarsi aiutare. Vorrebbe trovare il modo giusto per motivare la madre a lottare contro la malattia, a non arrendersi. D. parla allo psicologo della sua impotenza, di quanto sia difficile doversi prendere cura di una persona che necessita di aiuto e che talvolta lo rifiuta in maniera rabbiosa. Parla di come questa situazione pesi anche sul suo matrimonio, sul rapporto con i figli piccoli, di come non si senta capita da nessuno.

Andando dallo psicologo D. ha modo di pensare al rapporto tra lei e la madre, a partire da un punto critico: siamo sicuri che la madre abbia bisogno di essere motivata? Capire quale sia la cosa di cui ha bisogno l’altro è tanto complicato quanto decisivo. Si può ipotizzare che la madre di D. si senta schiacciata dalle pretese che percepisce da parte di medici e famigliari, pretese che non lasciano spazio alla disperazione, alla rabbia, al dolore. Se non attraverso forme non esplicite e non pensate e quindi violente. Forse la madre di D. teme di farsi vedere mentre piange (proprio lei che è sempre stata la colonna portante della famiglia), vorrebbe dormire invece che fare una passeggiata “per distrarsi”, vorrebbe imprecare invece di ricevere i parenti che le fanno visita. Forse la madre malata di D. “rifiuta” di parlare con lo psicologo perché vede in tale proposta una sorta di compassione, o forse perché immagina di trovarsi di fronte un imbecille che le dice di provare a sorridere. In questo caso il “rifiuto” non è nei confronti dello psicologo in sé, ma in ciò che rappresenta: compassione e sorrisi prendendo per vera l’ipotesi. Piuttosto che essere incoraggia e motivata forse chiede che qualcuno legga un libro nella stanza accanto, in silenzio.  Il  difficile non è fare la cosa giusta, ma “domandarlo” alla diretta interessata. Non solo con le parole.

Costruire con lo psicologo un pensiero sul rapporto con la madre è per D. un’azione potente che le permette di porre un piede fuori dal pantano nel quale si trova.

Agire pensando di occuparsi della malattia o della scarsa motivazione della madre può far ritrovare sé stessi a portare avanti pratiche che parlano la lingua di un’auspicabile guarigione, laddove è impossibile guarire. Se ci si pensa per un attimo è un’azione folle. Occuparsi del rapporto, definirlo come cornice entro la quale è situata la malattia stessa offre, di contro, la possibilità di definire e concordare obiettivi perseguibili.

Può consentire di trovare punti non scontati su cui allearsi con la madre di D., su cui poter essere complici. È  un varco che consente di uscire fuori dall’impotenza.

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